Arredare la casa con arte: un tocco creativo per gli spazi domestici

  1. L’arte come elemento centrale

Incorporare opere d’arte negli spazi domestici consente di ridefinire il rapporto tra funzione e bellezza. Una parete vuota può diventare il fulcro di una stanza grazie a un quadro che ne esalti i colori o la geometria. Le sculture, invece, possono aggiungere tridimensionalità e dinamismo agli ambienti, creando punti di interesse inaspettati.

  1. Spazi personalizzati

L’arte non segue regole rigide, ma si adatta ai gusti e alle esigenze di chi vive la casa. Ogni stanza può raccontare una storia diversa attraverso accostamenti di colori, materiali e stili. Un’opera astratta in salotto può stimolare la conversazione, mentre una serie di stampe delicate in camera da letto può favorire un’atmosfera rilassante.

  1. Dialogo tra design e arte

Gli oggetti di design e l’arte possono dialogare armoniosamente, creando ambienti ricchi di significato. Un tavolo dal design minimalista può essere valorizzato da un’opera che ne richiama le linee, mentre un’illuminazione ben studiata può esaltare ogni dettaglio, dando vita a una scenografia che evolve con la luce.

  1. Materiali e tecniche innovative

L’integrazione di elementi artistici nei mobili o nelle superfici apre a nuove possibilità creative. Pannelli decorati, rivestimenti artistici o texture innovative aggiungono un tocco distintivo che rende unico ogni spazio. L’arte, così, non si limita più alle pareti, ma diventa parte integrante dell’arredamento.

  1. Un rifugio creativo

Arredare la casa con arte significa creare un ambiente che stimola la creatività e il benessere, uno spazio che ispira ogni giorno. Ogni angolo, anche il più piccolo, può essere arricchito da dettagli artistici che donano carattere e trasformano la casa in un luogo unico e irripetibile.

Microspazi, macroidee

Complice la crescente urbanizzazione, l’aumento dei costi immobiliari e la diffusione di stili di vita più sostenibili, la casa compatta diventa sempre più desiderabile. Ma non è una rinuncia: è un cambio di paradigma. Abitare meno spazio non significa vivere meno bene — se lo spazio è pensato, flessibile e adattabile.

1. Il design si fa modulare e trasformabile
Letti a scomparsa, arredi multifunzionali, pareti mobili, cucine a scomparsa: i piccoli ambienti richiedono arredi che cambiano funzione nel corso della giornata. Le soluzioni modulari permettono configurazioni dinamiche e personalizzabili. Un unico ambiente può diventare studio, soggiorno, palestra e zona notte — senza rinunciare all’estetica.

2. Verticalità e profondità: lo spazio si conquista in altezza
In assenza di metri quadri orizzontali, si lavora in verticale: scaffalature a tutta parete, soppalchi leggeri, zone storage elevate. Anche la luce e la ventilazione naturale vanno ripensate con strategie mirate, per aumentare la percezione dello spazio e migliorare il benessere abitativo.

3. Materiali e colori: progettare per l’occhio e per il corpo
Superfici riflettenti, palette neutre con accenti cromatici, materiali naturali che dialogano con la luce: in un microspazio ogni scelta materica deve ampliare la percezione dello spazio e favorire un senso di calma. Il progetto non si limita alla disposizione degli arredi, ma si estende alla qualità tattile e visiva degli ambienti.

4. Ergonomia, comfort, funzionalità
Comfort non è lusso, è usabilità. In ambienti piccoli, ogni gesto deve essere fluido: maniglie, altezze, profondità, aperture. Progettare microspazi significa pensare in scala 1:1, lavorando sull’ergonomia, sui movimenti del corpo e sulla logica d’uso quotidiano.

5. Nuove tipologie abitative: tra minimalismo e collettività
Il downsizing apre anche a nuove forme di abitare: micro-loft, co-living, capsule apartment, tiny house. Modelli nati per ottimizzare le risorse e ridurre l’impatto ambientale, ma che richiedono un design intelligente per essere realmente vivibili. La sfida è progettare spazi piccoli, ma non privi di relazioni e significati.

Conclusione

La casa compatta non è un ripiego, è un manifesto progettuale. Per chi studia, pratica o insegna interior design, è un’occasione per ripensare il concetto stesso di abitare: meno metratura, più qualità. E una certezza: il futuro non sarà necessariamente più grande — ma potrà (e dovrà) essere più intelligente.

Tendenze Décor 2026: il ritorno dell’identità negli interni

  1. Basta toni neutri, viva il carattere cromatico
    I colori neutri — un tempo sinonimo di eleganza — vengono progressivamente accantonati in favore di tonalità più decise. L’obiettivo è ridare vitalità e personalità agli spazi, evitando ambienti “cloni” senza anima. Il bianco sporco, il beige e il greige lasciano il passo a palette più narrative, spesso legate all’emotività, alla storia del luogo o al cliente finale.
  2. La luce diventa atmosfera, non solo funzione
    Il paradigma dell’illuminazione si sposta dalla pura performance tecnica alla costruzione di ambienti caldi e coinvolgenti. Meno controsoffitti affollati di faretti, più uso di luci indirette, lampade decorative e combinazioni dinamiche tra sorgenti luminose. La luce torna a essere un gesto di progetto, con scelte intenzionali che influenzano l’umore e la fruizione dello spazio.
  3. Il corridoio come elemento narrativo
    Spesso eliminati in nome dell’ottimizzazione, i corridoi tornano in auge per il loro valore progettuale. Non più spazi “di passaggio” da cancellare, ma strumenti per costruire ritmo, aspettativa, sorpresa. Nella progettazione degli interni del 2026, il corridoio diventa racconto, tempo e struttura.
  4. Materiali e finiture: meno perfezione, più autenticità
    La ricerca di superfici “perfette” viene messa in discussione. Si esplorano texture grezze, pareti imperfette, tinte stratificate, finiture che raccontano il passare del tempo. Un invito a reintrodurre l’organico, il materico, l’umano nel design contemporaneo.
  5. Contro la decorazione a effetto, progetti con senso
    L’eccesso di “finto Mediterraneo” o altri stili incollati senza coerenza progettuale è in declino. Il design d’interni del 2026 si concentra sull’autenticità del luogo e del committente, rifiutando soluzioni standardizzate per abbracciare interventi su misura, narrativi e sensati.

Conclusione
Queste tendenze non rappresentano semplici cambi di gusto, ma un’evoluzione nel pensiero progettuale. Per studenti, docenti e professionisti dell’interior design, è il momento di ripensare le proprie scelte con spirito critico, sperimentazione consapevole e una nuova sensibilità verso il valore emotivo dello spazio.

La Quinta Parete: Il Soffitto torna protagonista nel Design 2025

1. Perché proprio ora?
Il ritorno del colore al soffitto non è un’idea nuova, ma la sua attuale diffusione risponde a una necessità contemporanea: personalizzare gli ambienti domestici dopo anni di estetica standardizzata e total beige. Dipingere il soffitto è oggi una risposta accessibile, reversibile e ad alto impatto emotivo.

2. Psicologia, percezione, atmosfera.
Il soffitto non è solo una superficie: è uno spazio percettivo. Può contenere, amplificare, riflettere. Tonalità scure avvolgono e rendono più intimo l’ambiente; colori brillanti lo dilatano; finiture lucide o opache influenzano la luce. Scegliere il colore del soffitto significa scegliere come uno spazio viene vissuto.

3. Il soffitto come campo sperimentale
In tempi di grande uniformità estetica, il soffitto diventa il luogo ideale per sperimentare: texture inaspettate, colori saturi, giochi di continuità con le pareti. È una tela libera da vincoli funzionali, ma capace di impattare acustica, luce e lettura volumetrica dello spazio.

4. Regole? Meglio suggestioni.
Non esistono regole universali. Alcuni colori favoriscono il riposo, altri stimolano la concentrazione. La scelta dipende dall’uso dello spazio, dalla luce naturale, dai materiali circostanti. Il consiglio progettuale? Pensare per atmosfera e immaginare il soffitto come parte attiva della narrazione spaziale.

5. Funzione e identità.
Dipingere il soffitto è un gesto di identità progettuale. È un modo per distinguere una stanza dall’altra, per marcare una zona funzionale in un open space, per guidare lo sguardo. Nei progetti di interni contemporanei, la quinta parete è diventata un dispositivo strategico — economico, efficace, espressivo.

Conclusione

Rivalutare il soffitto non è un capriccio estetico: è un passaggio culturale verso un design più coraggioso, coinvolgente e sensoriale. E per chi studia, insegna o pratica interior design, è anche una bellissima occasione per riscrivere il codice visivo dello spazio. Il prossimo spazio progettato? Guardiamolo… dall’alto.

Design A/I 2025–26: il futuro è sensoriale, gentile e rigenerante

  1. Ritorno alla terra: palette e texture

Colori terrosi, nuance argillose e superfici materiche tornano protagoniste. Il beige si fa sofisticato, il terracotta diventa base neutra e il verde salvia si conferma come ponte tra naturale e digitale. Il trend non è solo estetico: cerca connessioni emotive con la natura, evocando comfort e radicamento.

  1. Multisensorialità e materiali attivi

I materiali parlano, vibrano, rispondono. Spugne acustiche, tessuti che reagiscono al tocco, superfici che assorbono rumori e riflettono umori. Il design multisensoriale non è più una nicchia sperimentale ma una direzione chiave, utile tanto nei contesti pubblici quanto in quelli residenziali.

  1. Soft geometry e forme accoglienti

Linee curve, volumi pieni, bordi smussati. L’estetica “soft” si consolida come linguaggio del benessere, pensato per spazi che devono accogliere e rassicurare. La casa, l’ufficio, la scuola diventano ambienti affettivi, non più solo funzionali.

  1. Tecnologia “invisibile”

Sempre più presente, sempre meno protagonista. Luci intelligenti, sistemi domotici, superfici interattive: la tecnologia si integra con eleganza e discrezione, contribuendo al comfort senza spettacolarizzare la performance.

  1. Identità e storytelling spaziale

Lo spazio diventa autobiografico. Che sia un piccolo studio, una stanza d’albergo o una hall aziendale, ogni ambiente è progettato per raccontare una storia. I progettisti sono chiamati a un lavoro più profondo: trasformare esigenze funzionali in narrazioni visive coerenti.

Ignazia Favata: la logistica delle idee

C’era una volta una scatola di disegni

Un’occasione colta, un’intuizione logistica, un seminterrato della Triennale. Così inizia il percorso professionale di Ignazia Favata, figura chiave e spesso poco visibile del design italiano. Non una designer, ma la mente organizzativa e culturale che ha reso possibile la visione di uno dei grandi maestri del progetto, Joe Colombo. Un viaggio fatto di intelligenza pratica, sensibilità estetica, e una rara capacità di connettere persone, idee e produzione.

Quando il caso incontra la competenza

Il punto di partenza è quasi casuale: un invito della presidenza della Facoltà di Architettura, un aiuto nell’allestimento di una mostra studentesca, un premio trasformato in esperienza fondativa. Ignazia entra in Triennale in punta di piedi, ma da subito si rivela insostituibile: coordina, gestisce, organizza. Nella confusione di un’epoca segnata dalla contestazione e dalle sperimentazioni, diventa un punto di riferimento. Non per caso, ma per capacità.

Oltre le mode, dentro il futuro

Nello studio Colombo, Ignazia non solo tiene insieme i fili di una produzione vertiginosa, ma partecipa attivamente al pensiero progettuale. Lo studio non rincorre le mode: le anticipa. Mentre altri progettano oggetti ideologici o provocatori, Favata e Colombo lavorano su soluzioni realmente innovative, spesso accolte con perplessità ma poi riconosciute per la loro funzionalità avveniristica. Comfort e audacia, razionalità e sorpresa: ogni prodotto è una sfida vinta con l’ingegno.

Il design come logistica culturale

Favata è un’organizzatrice, certo. Ma anche un’interprete. Tra i produttori e Colombo, tra i vincoli tecnici e la creatività, tra le fiere internazionali e le spedizioni d’emergenza, è lei a garantire che l’idea diventi oggetto, che il pensiero diventi esposizione. Lo dimostrano progetti come il servizio per Alitalia, dove le sue competenze tecniche si intrecciano con l’inventiva di Colombo in un dialogo continuo, e come l’allestimento per il MoMA, dove i suoi blocchi abitativi prefigurano i loft di oggi.

Una cultura per progettare

La cultura, per Ignazia Favata, non è un vezzo. È lo strumento per interpretare materiali, forme, simboli. Dai cataloghi tedeschi di componentistica alle mostre sul teatro cinese, ogni progetto è un esercizio di comprensione profonda. Con un’idea chiave: la forma nasce dalla funzione, la funzione dal contesto, il contesto dalla cultura. E il design italiano, ricco di visioni e contaminazioni, ha bisogno di figure come la sua per non perdersi nella superficie.

Talento, non sogno

L’ultima lezione di Ignazia Favata è forse la più semplice: non si lascia un segno inseguendo un sogno, ma coltivando con disciplina il proprio talento. Il design è fatto di persone curiose, concrete, capaci di accettare che la visibilità non è l’unica forma di valore. In un’epoca in cui molti giovani vogliono “diventare” qualcosa, Favata ci ricorda che prima bisogna essere qualcosa. E avere qualcosa da offrire.

L’estate è verde dentro casa

1. Il verde non è decorazione. È progettazione.
Le piante da interno, soprattutto in estate, agiscono come veri modulatori ambientali. Aiutano a raffrescare gli spazi attraverso l’evapotraspirazione, migliorano l’umidità negli ambienti secchi causati da climatizzatori e, se ben distribuite, assorbono rumore. L’inserimento va pensato insieme alla luce naturale, ai percorsi e alle funzioni degli ambienti. Un pothos sopra una libreria? Bene. Un ficus tra due postazioni di lavoro? Meglio, se studiato in relazione all’orientamento e alla ventilazione.

2. Il biophilic design non è un hashtag. È metodo.
Progettare con la natura non significa semplicemente “aggiungere piante”. Significa attivare una relazione sensoriale continua tra utenti e ambiente. L’estate rende visibile (e percepibile) questa connessione: il verde filtra la luce, cambia colore, vive e comunica. Il progettista deve saper calibrare questa “presenza verde” con gli altri materiali e superfici per creare armonie visive e termiche.

3. Estate = revisione del layout.
L’estate è il momento ideale per rivedere la disposizione delle piante, anche temporaneamente. Alcuni vasi possono essere ruotati, spostati, alzati. I materiali dei contenitori stessi — plastica, ceramica, metallo — rispondono in modo diverso al calore e alla luce. Pensare in termini stagionali aiuta a creare un progetto più fluido e responsivo. Anche le piante vanno “progettate in movimento”.

4. Materiali naturali a supporto del verde.
Il legno grezzo, il rattan, la pietra naturale e i tessuti organici sono partner ideali delle piante. In estate, accostare superfici porose e traspiranti con il verde migliora la salubrità dello spazio. Non si tratta solo di estetica: sono materiali che favoriscono la regolazione termica e che accompagnano l’umore stagionale con tattilità coerenti. Anche l’arredo può diventare un supporto vivo per il verde, integrando fioriere o superfici vegetali nei volumi.

5. Quali piante scegliere?
Una selezione pensata non solo per la bellezza ma per la funzionalità:

  • Chlorophytum comosum (pianta ragno): Resistente, architettonica, adatta a chi ha poco tempo. Ottima per studenti e per ambienti operativi.

  • Felci: Richiedono più umidità e attenzione, ma sono perfette per angoli soft, dove si cerca un’atmosfera rilassante.

  • Ulivo in vaso: Ideale per ambienti ampi, con luce naturale abbondante. Aggiunge verticalità e un richiamo mediterraneo raffinato.

  • Pothos e rampicanti: Estremamente versatili, possono arredare pareti, scale o interagire con strutture preesistenti (pensili, scaffali, travi).

Conclusioni
In estate le esigenze delle piante cambiano, e il progetto deve tenerne conto. Innaffiare con attenzione, spolverare le foglie, monitorare l’esposizione: sono tutti gesti minimi ma significativi che impattano direttamente sull’esperienza d’uso dello spazio. Una pianta malata in soggiorno è un segnale di squilibrio nel progetto: manutenzione e cura diventano parte del processo.

Albergo o Hotel? Il progetto inizia dalla parola

“Albergo” parla di radicamento, tempo dilatato, appartenenza. “Hotel” esprime transitorietà, ordine, prestazione. Da lì, il resto: materiali, luce, atmosfera, fruizione. La semantica è già un concept.

  1. Il linguaggio è un brief
    Nel design dell’ospitalità, il lessico non è neutro. L’albergo evoca soggiorni lunghi, ritualità stagionali, relazioni con il luogo. Chi ne chiede uno cerca spesso un’esperienza identitaria. Un hotel, invece, nasce per accogliere un pubblico mobile, internazionale, attento alla qualità del servizio più che al radicamento narrativo.
    Il progetto, già da qui, prende due traiettorie diverse: il primo costruisce una relazione, il secondo un’efficienza.
  2. Materiali e finiture: scelte semantiche
    L’albergo predilige superfici “con memoria”. Intonaci a calce, legni locali, ceramiche smaltate a mano, tessuti naturali. Materie prime che invecchiano, cambiano tono, accumulano tempo. Un’estetica dell’imperfezione che richiede consapevolezza progettuale: non sempre questi materiali rispondono ai requisiti tecnici di durabilità e manutenzione, ma il valore sensoriale compensa. Nei contesti hotel-oriented, invece, si lavora con materiali standardizzabili e certificati. HPL, gres porcellanato tecnico, tessuti ignifughi classe 1, rivestimenti antibatterici. Le superfici devono rispondere a logiche LEED: emissioni VOC ridotte, tracciabilità della filiera, compatibilità ambientale. L’estetica è controllata, ripetibile, pronta a inserirsi in brand manual internazionali.
  3. Layout: permanenza vs transito
    Il layout dell’albergo è narrativo. Progetta la permanenza e non solo il passaggio. Le zone comuni sono salotti, le hall diventano luoghi di incontro non funzionali. Spesso si lavora con percorsi disassati, microspazi, aree filtro.
    L’hotel, invece, lavora per flussi rapidi: lobby aperte, reception integrate, aree coworking modulari. Il disegno architettonico è orientato alla facilità di lettura spaziale e alla flessibilità operativa.
  4. Lighting design: scenari emotivi o prestazionali
    Nel progetto “albergo”, la luce è parte dell’atmosfera. Fonti puntuali, indirette, calde. L’uso di temperature di colore sotto i 3000K è comune, in linea con i principi del WELL Building Standard, che privilegia la coerenza con i ritmi circadiani. La luce genera comfort psicologico. Nel progetto “hotel”, si lavora su scenari preconfigurati. Illuminazione LED integrata, CRI > 90 per garantire resa cromatica ottimale, automazione domotica. L’obiettivo è duplice: ottimizzazione energetica e adattabilità d’uso. Il lighting diventa strumento tecnico prima che emotivo.
  5. Atmosfera e identità
    Un albergo si ancora al luogo: palette ispirate al paesaggio, materiali locali, rimandi alla storia del contesto. È un esercizio di interpretazione culturale. L’hotel, invece, lavora sull’identità del brand. Lo spazio è intercambiabile, riconoscibile da Parigi a Seoul.
    Qui il progettista è chiamato a dialogare con manuali operativi, guideline, capitolati dettagliati: la creatività si misura con i vincoli dell’internazionalizzazione.

Conclusione
Ogni progetto inizia da un’intenzione, e quella intenzione passa (anche) da una parola. “Albergo” e “hotel” non sono sinonimi per chi disegna spazi, ma mappe per orientare scelte, linguaggi e materiali. La differenza non è solo semantica: è strutturale, emotiva, percettiva. E riconoscerla è il primo atto di un interior consapevole. Uno spazio non si abita solo con il corpo, ma anche con l’immaginario.

Marco Piva: progettare il futuro tra materia, cultura e scala

Marco Piva non si limita a progettare edifici, arredi o masterplan: costruisce visioni. Nello Studio che porta il suo nome, l’architettura diventa sistema narrativo, materia viva che si plasma tra rigore metodologico, attenzione etica e sensibilità estetica.

🎓 Dal cucchiaio alla città
Formatosi in un’epoca in cui design e architettura non erano ancora distinti, Piva ha fatto propria l’iconica lezione di Ernesto Nathan Rogers: “dal cucchiaio alla città”. Un approccio fluido che si riflette oggi nei suoi team progettuali, capaci di lavorare contemporaneamente su interni, architetture e prodotti. Perché per lui ogni scala progettuale è interconnessa e significativa.

🌍 Una cultura del progetto che viaggia
Dai masterplan in Cina ai complessi residenziali in Islanda, dagli hotel di lusso in Medio Oriente fino alle ville californiane, il lavoro di Marco Piva dialoga con culture, mercati e sensibilità diverse. Sempre con uno sguardo italiano, mediterraneo, che porta nei progetti la capacità di coniugare estetica e funzione, empatia e identità.

🧱 Materia come linguaggio
Alla base di tutto c’è la materia: esplorata, sperimentata, stratificata. Piva parla di una vera e propria biblioteca materica condivisa tra i professionisti dello Studio, punto di partenza per ogni progetto. Marmo, vetro, ceramica, tessuti: materiali storici che, grazie alle nuove tecnologie, diventano contemporanei e sorprendenti. Ma la materia, da sola, non basta: va raccontata, messa in scena. Ed è qui che entrano in gioco nuove tecnologie, modellazione virtuale, neuroscienze e—non da ultimo—l’intelligenza artificiale, che lo Studio utilizza come strumento di dialogo creativo e non come scorciatoia automatica.

🏙 Verticalità, città, vita
Una delle sfide più sentite da Piva oggi è ripensare lo spazio urbano. Non più città parcellizzate per funzioni, ma ecosistemi verticali integrati, connessi, accessibili, dove il verde e la socialità trovano spazio e dignità. Non una provocazione estetica, ma una proposta strategica per vivere meglio.

🤝 Design for Life: bellezza che genera valore sociale
Accanto ai grandi progetti luxury, lo Studio ha avviato Design for Life, una piattaforma che mette parte delle competenze e delle risorse a servizio di contesti fragili. Una bellezza che non è fine a se stessa, ma diventa leva per sostenere comunità e territori che altrimenti resterebbero esclusi dal progetto.

🎬 Guarda la video intervista
Dalla sua “regia progettuale” alla sinergia con le aziende del Made in Italy, Marco Piva ci racconta la sua visione in una videointervista esclusiva per Aroundesign.
Un viaggio tra passato, presente e futuro del design italiano.

📣 Tu come immagini il futuro del progetto?
💬 Scrivici o condividi il tuo pensiero: perché ogni nuova visione parte sempre da una buona domanda.

Dal segno alla visione: l’eredità di Pio Manzù tra memoria e immaginazione

La memoria, se non dialoga con il futuro, diventa statica. La Fondazione Pio Manzù lavora invece per trasformarla in motore di innovazione, in linguaggio condiviso, in ispirazione progettuale. Lo fa ripartendo da un nome che è diventato archetipo di visione: Pio Manzù.

📐 Dal Bauhaus alla contemporaneità
Nella voce della Fondazione, la formazione di Manzù alla scuola di Ulm emerge come un’eredità viva: il rigore, la chiarezza delle forme, l’etica della semplicità. “È più facile aggiungere che togliere”, si diceva a Ulm. Una lezione che torna utile anche oggi, in un mondo dominato dalla sovrabbondanza e dalla complessità.

🌐 Progettare in orizzontale
La trasversalità è una cifra distintiva: collaborazioni con università, progetti con giovani designer, dialogo tra discipline. Non una struttura piramidale, ma una piattaforma orizzontale, dove il design diventa campo aperto. “Cerchiamo i nuovi Pio Manzù”, raccontano, digitalizzando archivi e trasformandoli in modelli 3D da reinterpretare con le tecnologie di oggi.

🧱 Tradizione e innovazione materiali
Nei progetti rivisitati dalla Fondazione, la sostenibilità prende forma concreta: materiali innovativi, oggetti storici reinterpretati, nuove possibilità tecniche che incontrano vecchi disegni. La funzionalità diventa valore prioritario, mentre l’ergonomia si riafferma come criterio chiave. “Una sedia oggi è come scalare l’Everest”, dicono, ma la sfida è ancora tutta da giocare.

🌍 Il futuro ha già una storia
Dal Centro Internazionale di Strutture Ambientali alle visioni urbane condivise con archistar e artisti, la Fondazione riattiva oggi progetti che parlavano già negli anni ’60 di città sostenibili, mobilità elettrica, colori come strumenti per il benessere. Il futuro che immaginiamo oggi era già stato disegnato da Manzù e dai suoi contemporanei. Ora è tempo di rimetterlo in circolo.


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💬 Se hai un progetto, una ricerca o solo una curiosità, la Fondazione è aperta al dialogo. Perché immaginare il futuro è un lavoro collettivo.

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