Domenico Dibello

Domenico Dibello è un architetto e designer, e svolge la sua attività a Monopoli (BA). Appassionato sin da piccolo al mondo dell’architettura, durante gli anni di studio si avvicina al mondo del design e dell’arredamento, e a tutto ciò che fornisce allo spazio una sua identità. Al passo con la tecnologia, egli è a suo agio con software di modellazione, rendering e post-produzione, grazie ai quali cura i suoi progetti. Predilige lo stile minimalista, l’unico in grado di poter coniugare l’estetica di un progetto alla sua concreta funzionalità. Ama viaggiare, e nei suoi viaggi ha sempre con sé un taccuino e una matita (da buon architetto!), attraverso cui mettere su carta le ispirazioni prima che diventino vere e proprie creazioni. Da qualche anno si è immerso nel meraviglioso mondo della fotografia, appassionandosi di giorno in giorno e pubblicando i suoi scatti su diversi social network.

Jonathan Olivares

Jonathan Olivares è nato a Boston nel 1981 e si è laureato al Pratt Institute. Nel 2006 ha fondato il suo studio di design, che ha sede a Los Angeles. I suoi progetti recenti includono un negozio al dettaglio per Camper (Rockefeller Center, 2019), le installazioni Brujas Training Facility (Performance Space New York, 2018) e Room for a Daybed (Kortrijk Biennale Interieur, 2016); la panca in alluminio (Zahner, 2015); il Vitra Workspace, uno showroom di mobili per ufficio e un ambiente di apprendimento (Vitra, 2015); la mostra Source Material, a cura di Jasper Morrison e Marco Velardi (2014); e la sedia in alluminio Olivares (Knoll, 2012).Nel 2018 Selected Works, una monografia sul lavoro di Olivares, è stata pubblicata da powerHouse Books. Il lavoro di Olivares è stato pubblicato a livello internazionale, ha ricevuto premi per il design, tra cui il Compasso d’Oro italiano, ed è incluso nelle collezioni permanenti di design dell’Art Institute of Chicago, del Los Angeles County Art Museum e del Vitra Design Museum.

Federico Angi

Federico Angi è nato nel 1982 a Milano. Dopo la formazione artistica come grafico si laurea in Disegno Industriale al Politecnico di Milano. Formatosi presso noti studi di progettazione milanesi, dal 2010 avvia la propria attività operando nel campo dell’arredamento, dell’illuminazione e della progettazione espositiva.Nei suoi progetti ricerca forme pure ed essenziali, sviluppa i prodotti con precisione e cura del dettaglio, realizzando fin dalle prime fasi modelli di studio e prototipi capaci di dialogare con l’industria. I suoi lavori sono stati esposti presso la Triennale di Milano e hanno preso parte ai saloni del mobile di Milano, Parigi e New York. Tra i suoi clienti Atipico, Abet Laminati, Cappellini, Ichendorf, Moleskine, Parafernalia, Paola Zani, Sampietro1927, Vela srl e 100%Tobeus. Attualmente vive e lavora a Milano.

Claudia Danelon

Gerrit Thomas Rietveld

Gerrit Thomas Rietveld (Utrecht, 24 giugno 1888 – Utrecht, 25 giugno 1964) è stato un architetto e artigiano olandese. Fu uno tra i principali esponenti del neoplasticismo nel campo dell’architettura e del design.Architetto olandese tra i più importanti del `900 si ispira alle idee elaborate dal pittore connazionale Piet Mondrian che Rietveld applica alle tre dimensioni lavorando sullo sfalsamento geometrico asimmetrico e sulla ricerca del dialogo formale tra volumi e colori primari, secondo i principi del movimento De Stijl conosciuto anche come neoplasticismo. Un elemento formale che balza agli occhi non solo nelle sue realizzazioni, ma anche nei disegni e negli studi architettonici, che sembrano dare volume alle idee di Mondrian in pittura.Attivo principalmente in Olanda, progetta, tra le altre, la Casa Schröder a Utrecht del 1924 costruita rispettando i 16 punti pubblicati da Theo Van Doesburg, le “Row-Houses” a Utrecht del 1931-1934, il padiglione olandese alla Biennale di Venezia del 1954, il padiglione Rietveld nel giardino del museo Kroller-Muller a Otterloo nel 1965 (originariamente costruito come padiglione delle sculture nel 1955 ad Arnhem, successivamente abbattuto e ricostruito), e il museo Van Gogh ad Amsterdam (aperto nel 1973).

Ingo Maurer

Designer visionario e imprevedibile, Ingo Maurer ha sperimentato con la luce, quasi giocato con la luce, per lasciare al mondo oggetti luminosi davvero unici. Nato in Germania nel 1932, ha una formazione iniziale come tipografo e grafico, ma ci vuole poco per dirottare le sue energie e la sua fantasia progettuale verso il light design: nei primi anni ’60 fonda il suo studio Design M, e comincia a dare sfogo alla sua fantasia. In questo contesto, nel 1966, nasce la famosissima lampada Bulb, un progetto dal concept semplice, ma allo stesso innovativo, in cui la lampadina vera e propria si trova all’interno di un portalampada in vetro soffiato, a forma di grande lampadina. La lampada è tuttora prodotta da quella che è poi diventata la sua azienda, la Ingo Maurer GmbH, con sede a Monaco di Baviera, brand che produce e vende le lampade disegnate da Maurer e, dopo la sua scomparsa nel 2019, dai suoi collaboratori e successori.In tutti i suoi progetti emerge chiara la volontà di utilizzare materiali poveri, come plastica e alluminio, oppure materiali di riciclo. Oltre alla lampada Bulb, altre sue creazioni sono entrate nella storia del design: Hearts Attack del 1997, formata da 48 cuori luminosi che possono essere orientati a piacere; Zettel’z, sempre del 1997, un originale lampadario formato da tanti fogliettini di carta, sorretti ad una struttura metallica tramite graffette, su cui scrivere le proprie annotazioni, poesie, disegni o altro; Luccellino (1989) una lampadina alata in cui sono state utilizzate vere piume d’oca; e ancora Birds, birds, birds (1992), Porca Miseria! (1994), MaMo Nouchies (1998). Come quando ci si trova davanti ad un’opera d’arte, una lampada di Ingo Maurer non può lasciare indifferenti: suscita in noi reazioni contrastanti e non possiamo fare a meno di accoglierne la provocazione, mai aggressiva o violenta, ma sempre ironica e divertente.Oltre alla progettazione e produzione di lampade, i suoi progetti abbracciano anche vere e proprie installazioni luminose in luoghi sia pubblici che privati, che possono essere considerate quasi delle performance artistiche. La prima mostra che consacra il designer è quella di Parigi nel 1989, tenutasi presso la Fondation Cartier, da titolo “Ingo Maurer: Lumière Hasard Réflexion”, in cui, attraverso l’allestimento di dodici diversi ambienti, riesce a dare libero sfogo al suo estro creativo, ricevendo il giusto consenso. I numerosi premi e riconoscimenti ricevuti negli anni hanno avuto come culmine il Design Award della Repubblica Federale di Germania nel 2010 e il Compasso d’Oro alla carriera nel 2011.

Alex Sacchetti

Ilmari Tapiovaara

Il finlandese Yrjö Ilmari Tapiovaara (Tampere, 1914- Helsinki, 1999), è stato uno dei più grandi designer del Novecento, esponente di spicco del design scandinavo del dopoguerra. Dotato di uno straordinario talento, divenne famoso per i suoi mobili funzionali, come le sedie impilabili e gli arredi assemblabili dopo la consegna. I suoi interessi erano tanto vasti quanto la sua creatività, infatti nella sua lunga carriera si è dedicato anche alla scultura in legno, alla grafica, al design di tessuti, oltre a distinguersi come insegnante, imprenditore e art director.Dopo la laurea in design d’interni e alcuni stage presso la Artek di Alvar Aalto a Londra e lo studio di Le Corbusier a Parigi, rientra in Finlandia e lavora come art director nel mobilificio Asko Industries dove concepisce il suo primo arredo, realizzato interamente in legno, il tavolino Tee Tee. Ossessionato dalla ricerca della sedia perfetta, che coniugasse funzionalità, ergonomia e accessibilità, il designer arriva a concepire quella che è considerata la sedia scandinava per antonomasia. Si tratta della Domus Chair, detta anche The Finn Chair, ancora oggi prodotta e venduta da Artek, disegnata nel 1946, insieme alla moglie Annikki, come parte della serie di arredi per studenti, destinati alla residenza universitaria Domus Academica a Helsinki. La sedia è impilabile e caratterizzata da una struttura in massello di betulla, seduta e schienale ergonomici in impiallacciatura di betulla, e dai famosi braccioli accorciati per poter fare scorrere la sedia sotto il tavolo e guadagnare spazio prezioso, soprattutto nelle anguste camere degli studenti della residenza. Il successo della sedia, prodotta in serie, portò alla coppia ordini da istituzioni pubbliche come scuole, università, esercito.Nel 1951 Ilmari e Annikki Tapiovaara aprono il loro studio e lavorano per banche, uffici, negozi e alberghi. Nel 1952 Ilmari è invitato a insegnare all’Illinois Institute of Technology di Chicago, e coglie l’occasione per lavorare nello studio di Mies van der Rohe. Sostenitore del design democratico, accessibile a tutti, era sempre alla ricerca di nuove soluzioni per migliorare gli oggetti quotidiani. I suoi pezzi di design, tutti rigorosamente in legno, materiale da lui prediletto, sono icone senza tempo, volutamente astratti e puri nella forma, come per esempio il tavolino Trienna (1953), la serie di sedute Pirkka (1955), la sedia Mademoiselle, con la versione a dondolo (1956), la collezione di tavoli e sedute Kiki (1959). Nella sua lunga carriera, Ilmari Tapiovaara ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui sei medaglie d’oro alla Triennale di Milano tra il 1951 e il 1964, il Good Design Award a Chicago nel 1951 e altri premi in Finlandia. Yrjö Ilmari Tapiovaara muore a Helsinki nel 1999. I suoi mobili sono oggi distribuiti da Artek. Lo stato Finlandese ha emesso una moneta commemorativa da 2 euro in occasione del centenario della sua nascita, nel 2014.

Josef Hoffmann

Josef Franz Maria Hoffmann (Brtnice, 15 dicembre 1870 – Vienna, 7 maggio 1956) è stato uno dei maggiori architetti austriaci, attivo fra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo. Esponente della Secessione Viennese, con l’architetto Otto Wagner, fra gli altri, già suo insegnante all’Accademia di Vienna, fu anche un designer, la cui opera, improntata ad una spinta ed essenziale astrazione geometrica (tipiche le sue prevalenti quadrettature), apre il nuovo secolo in chiave decisamente modernistica. Per la rivista della Secessione, Ver Sacrum, edita fra il 1898 e il 1903, eseguì illustrazioni (in particolare, vari progetti d’arredo per interni domestici, o per padiglioni espositivi), fregi decorativi e vignette: caratteristiche elaborazioni dello Jugendstil austriaco. Si occupò quindi degli allestimenti delle periodiche esposizioni viennesi della Secessione nel padiglione realizzato per lo scopo nel 1898 da Joseph Maria Olbrich, ed ebbe un ruolo importante nel lancio europeo dello scozzese Charles Rennie Mackintosh; il giovane architetto di Glasgow fu invitato ad esporre alla mostra del 1900 le creazioni di design del gruppo di quattro artisti di cui era, per così dire, il regista. Nel 1903 Hoffmann fondò col collega Koloman Moser e il finanziere e amatore d’arte Fritz Wärndorfer la Wiener Werkstätte, associazione fra designers, artisti e produttori (chiuse nel 1932) ispirata alle analoghe inglesi sorte circa un ventennio addietro, impostate secondo il movimento estetico morrisiano dell’artigianato artistico delle Arts and Crafts.Nel 1987 il Museum für angewandte Kunst (MAK) di Vienna ha organizzato una mostra intitolata “Josef Hoffmann: Ornament zwischen Hoffnung und Verbrechen”. Nel 1992 il MAK ha concepito insieme alla Galleria moraviana di Brno un’esposizione nella casa natalizia “Museo Josef Hoffmann”[1] a Brtnice e dal 2006 le due istituzioni presiedono la direzione a diritti uguali. Il museo presenta un’esposizione permanente e inoltre vengono concepite mostre particolari sull’architetto e i suoi contemporanei.

Matti Klenell

Matti Klenell, classe 1972, vive e lavora a Stoccolma. Nel 1999, appena uscito dalla Konstfack, l’illustre accademia d’arte, artigianato e design di Stoccolma, inizia a lavorare come designer per svariate aziende europee e asiatiche. Fra i suoi clienti spiccano Iittala, NakNak, Källemo, Moooi, Bals Tokyo, Muuto e Örsjö, solo per citarne alcuni. Contemporaneamente, si afferma come artista del vetro, sviluppando uno stile personalissimo e inconfondibile, che gli vale numerose mostre personali e commesse per opere d’arte pubbliche. Queste due carriere parallele spesso interagiscono e si influenzano reciprocamente.Il suo lavoro è caratterizzato da un’incredibile varietà di progetti che uniscono arte, artigianato e design e che hanno dato vita a un nuovo e originale approccio al design scandinavo tradizionale. “In un certo senso, penso che il mio metodo di lavoro possa essere definito vecchia scuola. Ha molto in comune con i primi anni dell’industrialismo, quando il termine industrial designer non era ancora stato coniato. All’epoca, gli industriali ingaggiavano gli artisti perché creassero oggetti d’uso comune. So che il mio lavoro ha un’immagine romantica, ma è anche molto concreto. Il mio obiettivo è coniugare doti artistiche, conoscenza del mondo produttivo industriale e consapevolezza delle esigenze dell’architettura moderna.I progetti artistici che sviluppo possono essere visti come un laboratorio personale in cui esploro materiali, tecniche di produzione e comportamenti umani senza limiti, se non quelli imposti da me. Naturalmente, questa esperienza va poi ad arricchire i progetti che sviluppo per i miei clienti”. L’innovativo processo creativo di Matti Klenell è all’origine di numerosi riconoscimenti, come l’Excellent Swedish Design Diploma, il +1 Award e il German Red-dot Design Award. Nel 2003, ha ricevuto anche il Ljunggren Design Prize.Le sue opere possono inoltre essere ammirate in diversi musei svedesi e internazionali.

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